whatsappction

Il mio nuovo cellulare costa circa venti Euro. La batteria dura una ventina di giorni, volendo si può giocare a Snake e ascoltare la radio. I tasti fisici sono qualcosa di cui sentivo la mancanza, ma non è tutto rose e fiori perchè quei giovinastri dei miei amici si ostinano a usare whatsapp invece di urlare semplicemente dal balcone. Ho dovuto trovare il modo di usare questo client di messaggistica che potrebbe girare praticamente su qualsiasi apparecchio, dai raspberry alle lavatrici, ma è volutamente ristretto ai telefoni cellulari.

Su internet si trova qualche client di terze parti al mercato nero, il mio consiglio è di diffidare sempre perchè non si sa mai cosa c’è dentro. Discorso che varrebbe anche per la versione ufficiale, ma lasciamo perdere.

Whatsapp Desktop, Il client ufficiale per computer, non fa altro che ridirezionare i messaggi che passano per il cellulare, quindi ci vuole comunque uno smartphone. Ma ogni programmatore che si rispetti può scaricare Android Studio e far partire un programma che faccia finta di essere uno smartphone, sui cui si può installare Android e le rispettive applicazioni.

Il trucco funziona: Whatsapp chiede al mio computer se è proprio sicuro di essere un cellulare, il computer risponde “Certo: vuoi sentire come faccio ‘DRIN DRIN’?”, ricevo l’SMS con il codice e riecco la mia lista dei contatti.

Il problema è che la tastiera emulata è una sofferenza, quindi quasi quasi è il caso di installare anche la versione per computer: reindirizzerà dal cellulare emulato. Solo che bisogna inquadrare un QR code con la telecamera. Telecamera? Quale telecamera?

Il telefono virtuale ha una webcam altrettanto virtuale, che dà su un bilocale virtuale, contenente una televisione, un divano e un cane virtuale.

credo che l’appartamento appartenga al gatto

Nessuno di questi somiglia al QR-code che devo inquadrare. Ma c’è una speranza: si possono proiettare immagini sulla parete della stanza piccola.

E quindi screenshot del QR code, caricamento nell’emulatore, avvio della virtual camera prima che cambino codice, e zap! I’m in!

La serie Mister Robot può dare la falsa impressione che un acheraggio richieda documentazione, perizia e programmazione da linea di comando, invece nella realtà si opera in maniera improvvisata attraverso interfacce colorate e una simulazione in realtà virtuale: non ci si può proprio fidare della televisione.

A quanto pare si può proiettare un’immagine anche sul tavolino del bilocale. Buono a sapersi: tornerà utile quando vorrò inviare foto del mio pranzo!

rapine a domicilio

Notte. Un tizio a bordo di uno scooter si infila rapido nel viale di ingresso, mentre il mio vicino rientra a casa. Gli punta contro una pistola, poi intima in dialetto:

“Tutti i soldi che hai addosso, subito”

Il mio vicino è disposto a collaborare col mariuolo, del resto è abbastanza sicuro di non essere antiproiettile

“Nessun problema, ti do i soldi, mantieni la calma. Ecco, prendo il portafogli… voglio solo farti presente che sono pochi, guarda qui: solo quindici euro”

Il manuale napoletano di sopravvivenza raccomanda di portare sempre con sè una somma simbolica, da cedere a un eventuale rapinatore di tipo A: quest’ultimo si lamenterà del parvo bottino e ricorrerà a minacce, ed eventualmente a una simbolica punizione fisica sotto forma di schiaffone o spinta, ma se ne andrà subito via, verso nuove avventure. Il crimine paga poco: se un furto porta via troppo tempo, tanto vale andare a lavorare. Lo schiaffone non deve necessariamente far male, ma se fa rumore aiuta a soddisfare l’ego del malfattore. La schivata, ammessa in certi contesti, va eseguita a regola d’arte: solo di fronte a un’evasione ben eseguita il lestofante riconoscerà nella vittima un degno rivale, e lascerà il luogo del delitto felice, in cuor suo, di aver dato luogo a una rievocazione ben fatta. Se non si è sicuri delle proprie capacità atletiche, meglio incassare il colpo, facendo anzi un po’ di scena e lamentando un danno più ingente di quello effettivamente ricevuto. È concesso farsi scudo con le braccia, purchè il gesto di non sia interpretabile come una minaccia.

La speranza è quella di non trovarsi di fronte a un rapinatore di tipo B. Questi cercherebbe di costringere la vittima a procurarsi prebende aggiuntive, in modo da farsi rapinare per bene. Egli chiederà financo di recarsi insieme a un bancomat vicino, o al domicilio della vittima, in modo da massimizzare i frutti dell’aggressione. La rapina di tipo B è meno redditizia è più rischiosa, essendo le banche monitorate e le case del meridione popolate da parenti, amici, animali domestici della vittima, o semplicemente gente che passava lì per caso. Oltre che povere. In genere dopo qualche giorno di convivenza il rapinatore B si stufa e se ne va, senza fornire alcuna spiegazione, ma cambiare le lenzuola del divano è comunque una seccatura.

Il mio vicino stava pensando a come negoziare un epilogo soddisfacente per entrambe le parti, quando qualcosa non va come previsto: il rapinatore guarda il magro bottino, poi, perplesso, la vittima. Cambia espressione, mortificato:

“Oh, scusate scusate!”

Mette via la pistola, restituisce il portafogli

“Perdonatemi, Vi avevo preso per un altro. Errore mio, scusate ancora. Buona serata.”

Stringe educatamente la mano, ingrana la marcia e parte. Con queste mascherine in faccia, in fondo uno scambio di persona può capitare.

Questa città, è opera di un perverso sceneggiatore. Visto che oramai si trovava, poteva almeno prendersi i quindici euro. Aggiungerò al manuale di sopravvivenza qualche tecnica spicciola di camuffamento, cose tipo farsi crescere la barba su metà viso e mostrare solo un lato per volta. Devo assicurarmi però che così non si rischi di essere rapinati due volte.

un giorno si, e l’altro pure

“Siete così bravi a risolvere la pandemia, che quando sarà finita voglio vedervi cambiare il mondo un giorno si, e l’altro pure”, commenta con sprezzante ironia una persona su twitter: si riferisce a tutti coloro che esprimono critiche sull’operato delle istituzioni, in merito alla pandemia corrente.

Uso pochissimo quella piattaforma, e quando mi capita di dare un’occhiata chiudo immediatamente: troppo vetriolo, saccenza e disprezzo, tutto quello che mi infastidisce di internet. Riporto queste parole a memoria, non ho preso nota nè fatto screenshot, non pensavo di scriverci un articolo nè che le avrei ricordate: pensavo che me ne sarei dimenticato subito, e invece hanno continuato a rimbombare nella mia testa. Zittire paternalisticamente quel buono a nulla dell’interlocutore. Del resto se gli tocca chiudere baracca durante il lockdown è perchè è considerato, da decreto, “inessenziale”. Se deve chiudersi in casa per settimane, tanto vale che faccia le cose per bene e non si faccia neanche sentire. Se tolta l’etichetta no-vax, no-trax, no-lox, tutto ciò che rimane è un potenziale veicolo di infezione, che diavolo parla a fare chi non ha mai cambiato il mondo, nemmeno una volta.

Cambiare il mondo. A chi concederà la parola, l’autrice del tweet? Goku, Superman, Hiro Nakamura, non esistono. Fleming, Jenner, Pasteur, sono morti. Kissinger non risponde al telefono. Capita raramente di lasciare un’impronta con le proprie azioni individuali, o forse non capita affatto: le circostanze giocano sempre un ruolo.

E tutti quelli che non compaiono in un’enciclopedia, hanno mai fatto qualcosa per me? Certo che si! I vestiti che indosso e non mi fanno morire di freddo, sono arrivati a me attraverso le azioni collettive di persone che non conosco. La pappa buona buona che mi tiene in vita arriva fino alla mia tavola grazie all’operato di altri tizi. In questo momento qualcuno si sta dando da fare per farmi arrivare corrente, acqua, riscaldamento, e nemmeno mi conosce. Qualcuno, magari ritenuto a torto “non essenziale”, con le sue azioni avrà aiutato a farmi arrivare vivo e in forze fino a oggi.

Se non vediamo il mondo cambiare ogni giorno sotto i nostri occhi, da inospitale a ospitale, grazie a una moltitudine di “gente normale” che lavora per tenerci in vita, è perchè siamo abituati a dare tutto per scontato e concepire tutto come nostro diritto.

Si, carissima autrice di un tweet che non posso nè voglio recuperare, se vorrai rendertetene conto avrai il piacere di vedere le persone a cui ti rivolgi cambiare il mondo un giorno si, e l’altro pure.

il tappetino di ardesia

Nelle puntate precedenti acquistavo un tagliere di ardesia. Volevo forse organizzare cene hipster? No, è che mi serviva una superficie su cui far scorrere il mouse del computer.

Il colore bianco della scrivania non aiuta, e il povero LED non riesce a orientarsi. I tappetini di gomma telata che hanno infestato le nostre case negli anni novanta non vanno bene, mi serviva qualcosa di piatto, opaco, resistente, scorrevole e stabile. Mouse pad “professionali” si trovano a una ventina di Euro, una cifra pari a quattro volte il prezzo del mouse, che sarebbe meglio investita in taralli e giornaletti.

Vada per una soluzione povera, mi son detto, ed eccomi a ravanare tra gli scaffali alla ricerca di un tagliere di plastica. Quando ecco che incappo in questo mirabile materiale che tanto bene ha fatto alla regione delle Ardenne e alle lavagne di tutto il mondo

Il tagliere figo costa quei cinque euro scarsi, penso si trovi anche a meno, e a mio avviso ci fa una bella figura

liscio abbastanza perchè il mouse scorra fluido, ruvido abbastanza perchè il led non si perda, poroso ma resistente all’umidità. Sotto ci ha pure i gommini che lo tengono ben saldo, e ora il mio home office è completo.

Com’è che mi metto a recensire l’uso improprio di utensili da cucina mentre il mondo è un tantinello impegnato? È che tra un po’ ci sono i regali di Natale, non si sa se esisteranno ancora i negozi, e c’è sempre qualche parente o amico di categoria Euro 5, cioè la cifra che si è disposti a spendere per il regalo. Poichè anche gli Euro 5 hanno un cuore, potrebbero restarci male nel ritrovarsi a scartare un tagliere. Invece un Mouse Pad Pro – Slate Black Deluxe Rough può essere un regalo carino, al contempo piccolo e utile, soprattutto in questo periodo che si lavora da casa.

Non ho ritorni economici sulle vendite di ardesia, ma forse avrei dovuto registare il nome figo e arricchirmi così. Fa niente: mi farò bastare i quindici euro risparmiati sul tappetino.

libro, “La fattoria degli animali”

È stato sullo scaffale per un bel po’ prima che mi decidessi a leggerlo. Probabilmente perchè tutti abbiamo già una mezza idea di cosa ci troveremo dentro. Insomma, è la storia di un’autogestione comunitaria, e dove avrò già visto quella bandiera?

«Avanti zoccolo, alla riscossa… »

Mi aspettavo che fosse bello, e lo è: entusiasmante, commovente, spaventoso e divertente allo stesso tempo, insomma… molto bello! E istruttivo, visto che è la storia di ogni rivoluzione tradita: anche se modellato sulla dittatura di Stalin, è possibile scorgere echi della rivoluzione francese. Calza anche a situazioni ancor meno nobili, tipo gli “uno vale uno” di memoria recente.

Ispirati dai discorsi “animalisti” di un maiale vecchio e saggio, gli animali della fattoria “Manor Farm” si ribellano e scacciano il fattore. Imparano, chi più chi meno, a leggere, scrivere, coltivare e difendersi dai vicini. Soltanto i maiali, intelligentissimi, riescono a padroneggiare completamente le conoscenze umane, e un po’ per necessità un po’ per ambizione, finiranno per dirigere tutti gli altri. Gradualmente le indicazioni diventano ordini, le mansioni sottomissioni, le manipolazioni minacce e infine tornano i privilegi e la schiavitù. I protagonisti, sfruttati di nuovo come bestie, faticheranno a capire cosa è successo: pensano di lavorare per il bene proprio e collettivo anche quando il cambio di regime è evidente.

La prosa è sapiente, leggera, scorrevole. L’autore, il socialdemocratico George Orwell, aveva annusato i pericoli della deriva staliniana e adottato un registro semplice da tradurre. In forma di favola, come ai tempi di Fedro, così che tutti potessero comprendere. Del resto chi non capirebbe una storiella allegorica ai limiti del didascalico, interpretata da animali umanizzati?

sei un ingenuo, George Orwell

Dalla novella sono stati tratti diversi adattamenti, ognuno differisce leggermente dall’originale. A mio avviso, una delle più riuscite rivisitazioni del finale è questa qua

George Orwell, il cui vero nome era Eric Blair, non ha mai abbandonato gli ideali social-democratici che furono invece traditi da Stalin nella realtà, e dal maiale Napoleone nel racconto. A trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, esiste ancora la convinzione, da parte di alcuni, che il comunismo russo sia stato l’implementazione sbagliata di un’idea fondamentalmente giusta. Ammesso e non concesso che sia così, bisognerebbe chiedersi se esiste un percorso per realizzarne una versione non degenerata: qualunque cosa sia andata storta tutte le volte che si è provato a fare la rivoluzione operaia, può essere evitata facendo le cose per bene?

Credo che questo sia il punto più significativo di questo libro: non si può. Senza i maiali la fattoria non avrebbe potuto funzionare, e non c’è spazio per nessuna fan-fiction o finale alternativo in cui le cose vanno a finire bene.

La necessità del potere organizzato comporta istituzionalizzazione, e di conseguenza disuguaglianza, cozzando inevitabilmente con la presunta egalitarietà delle rivoluzioni. Il vuoto lasciato da una ribellione tende a colmarsi in fretta, e al prezzo di molte sofferenze. Una volta insediatasi, la nuova classe dominante cercherà di non lasciare più il potere, ricorrendo, se necessario, alla violenza.

Quindi meglio non invocare troppo “Baffone”, perchè poi quando arriva bisognerà tenerselo, e farselo piacere.

il fenotipo

Che aspetto hanno gli abitanti del Madagascar? C’erano i biondi in Africa? I Kazaki sono davvero come Borat? Queste le domande che mi affascinano tanto, e a cui non è sempre facile rispondere per due motivi: il primo è che ci siamo mescolati un po’ tutti, e il mio salumiere sembra norvegese ma parla la lingua di Pulcinella, il secondo è che quando tiri in ballo l’aspetto e il colore della pelle salta fuori lo “studiato” e sentenzia che non esistono le razze: come diceva Einstein, esiste una sola razza, quella umana, e si estinguerà quando spariranno le api, che non puoi giudicare dalla loro capacità di nuotare sugli alberi.

Ok, le razze sono arbitrarie, la specie umana è una sola, ma a volte viene la curiosità di sapere se possono nascere Afgani coi capelli rossi. Così, pour parler.

Fortunatamente esiste un sito bellissimo che riassume le caratteristiche umane per zona geografica, come potevano essere più o meno in epoca precoloniale

http://humanphenotypes.net/

Io, da bravo terrone, sembrerei proprio un Mediterranide, e già fantasticavo di quando la mia gente correva libera, suonando il mandolino, per le praterie del nordafrica. Poi scopro di somigliare ancora di più a questo giovane dall’India.

la abbellisco solo un po’, e sono pronto per Tinder. O per un discutibile musical

Anche gli Indidi hanno origini mediterranee. Probabilmente una volta lasciato il Mare Nostrum devono aver preso un’uscita sbagliata sulla via della seta e si sono ritrovati nella Valle dell’Indo.

Non si può essere sicuri di niente, visto che gli umani se ne vanno in giro da un bel po’, e alcune migrazioni risalgono alle ere glaciali, quindi parliamo di eventi avvenuti anche decine di migliaia di anni fa. Queste ricostruzioni sono affascinanti quanto le storie dei libri fantasy, solo che sono accettabilmente vere e ci riguardano.

e con carte geografiche più esaustive, da https://callumogden.co.uk

Per i fan più sfegatati di Tolkien, ci sono anche storie con i vichingi e un anello, solo che l’unico potere di questo artefatto è testimoniare la frequentazione tra nord-europei e arabi

“Un anello per… Allah”

Come tutti gli europei del mediterraneo sono considerato inequivocabilmente bianco, ma se passeggiassi per le strade di Tunisi, complice l’ambrozzatura, sarei quantomeno poco distinguibile dagli autoctoni. A questo punto, volendo, mi sentirei autorizzato ad aprire un ristorante indiano a tema calabrese, che poi è quello che fanno molti Cinesi quando aprono un ristorante giapponese.

Ci sono così tante tipologie di umani, che sulla base del proprio fenotipo praticamente chiunque potrebbe ritrovarsi in una minoranza. E cercando si trovano anche gli Ariani, che poi sarebbero (alla lontana) gli Iraniani. Perchè ci si sia fissati tanto con questo gruppo durante il secolo scorso non so, sicuramente un fraintendimento

«Zhe “Aryan Maiden” you zaid? Szounds glike a gut näme fur eine musical gruppen»

Altre chicche di quel sito sono la presenza massiccia di mongolidi in Madagascar arrivati dall’Indonesia, gli antichi Siberiani, parenti degli Eschimesi e dei Nativi Americani, ma soprattutto il modo in cui i vari fenotipi sfumino l’uno nell’altro lungo la mappa.

Il che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che su internet non si trova solo pornografia, ma anche le storie di tante persone che si accoppiavano tra di loro, catalogate per genere e aspetto. Oh…

vita da milionari

Ah, la ricchezza! Vivere tra gli agi, non avere problemi e fare quello che fanno i milionari durante le loro giornate. Cos’è che fanno esattamente? Poichè non ne ho mai visto uno dal vivo, ho cercato su internet la giornata tipo di Bill Gates.

Stando a quella pagina egli si sveglia, fa colazione con i cereali ma il più delle volte no, legge il giornale, poi un po’ di cardio mentre guarda un videocorso, se gli viene in mente qualcosa se la appunta, scrive articoli per il suo blog, mangia un cheeseburger, legge un libro, sta un po’ coi figli. La sera fa i piatti.

Uao! È il mio sogno, non scherzo. E fortunatamente abbastanza alla portata di tutti, perchè non bisogna essere milionari per permettersi tutto ciò. Certo, tanti soldi aiutano a lavorare meno, ma comportano che il proprio tempo costi di più. Certo lui ha una magione a Washington e i documenti di Leonardo da Vinci e io no, ma questo non mi impedisce di abboffarmi di libri e panini, che è quello che voglio davvero dalla vita.

Quello che manca alla giornata tipo di Gates sono tante piccole perdite di tempo: la puntata in tv la sera, lo scroll di facebook senza fine e senza ragione. Mi chiedo se ci siano dei paralleli, tra i riccastri che leggono roba buona mentre la plebe si intossica di talkshow, e il passato in cui solo i benestanti avevano accesso a una dieta completa e il popolo si arrangiava.

Una differenza, notevolissima, è che oggi ben poco impedirebbe a un cittadino del primo mondo di fare quello che fa Gates, eppure in pochi lo fanno. Qualcuno ci ha incatenato alle sigarette e al televisore, o si tratta di una scelta consapevole?

Comunque, se si desidera una vita un po più glamour, c’è un tizio su vice che in economia ha passato una settimana à la Dan Bilzerian.

Insomma, con un po’ di inventiva il divertimento si trova, milioni o senza.

il mistero dell’uovo di Virgilio

guarda guarda chi si rivede: pensavo fosse al sicuro sul mio hard disk, ma qualcuno lo ha registrato alla televisione e messo su YouTube.

Venghino, Signori, venghino: sta per iniziare un cortometraggio animato di 28 minuti! Seguirà flashback: le origini de “Il programmatore solitario”

anno 2008, sono uno studente di economia e commercio, pigro e fuori corso. Ho scoperto troppo tardi che nella vita preferisco disegnare, colorare e fare cartoni animati. Mi arrangio a fare lavoretti. Dove lo trovo, del resto, uno studio di animazione a Napoli?

In realtà uno piccino piccino c’è e una sera conosco il regista in un pub, mi faccio dare l’email e gli spedisco un filmino che ha per protagonista questo coso

il disegno sottostante è di PieBaracus. Nei primi anni 2000 i nerd erano perseguitati e si usava l’anonimato

Il piccolo ninja si muove e si gratta. È modellato in blender, software di animazione usato all’epoca dai più reietti. Alla ciurma mancava proprio una persona che si occupasse dei personaggi, sono arruolato: la produzione può partire.

Un giorno scopriamo che per una svista un bel po’ di modelli tridimensionali sono ruotati irrimediabilmente: non è possibile riassemblarli con precisione. “Allineali a occhio”, mi dice un collega, “conosci forse un modo migliore?”. Fu allora che i miei poteri si attivarono, e la geometria che fino ad allora avevo compreso solo in parte acquisì un significato più completo. “State indietro”, dissi, “sto per usare la scienza!”

del resto ero l’unico ad aver fatto sia il cameriere che il liceo scientifico

Se la matematica descrive così bene la realtà, con la realtà virtuale fa ancora meglio: è la realtà. Un controllo è finito chissà dove? Lo ha portato lì una matrice, moltiplicalo per la matrice inversa e torna a posto. Una grondaia si strozza lungo una curva a gomito? Pitagora è tuo amico e ti consiglia di moltiplicare la sezione per la radice di 2. Insomma, tutta questa roba che vediamo nei film si basa su matematica pure abbastanza vecchiotta: le superfici di Lambert risalgono al ‘700.

«Lorsignori ignorano cosa sia uno shader? Vi “illuminerò” sull’argomento… ah ah!»

E così, grazie al ritrovamento di queste conoscenze superiori, nel momento più disperato riuscimmo a vincere le avversità e finire il nostro cartone animato? Sarebbe stato bello, ma purtroppo non andò così. Lo studio di animazione fallì e noi con esso. “Il mistero dell’uovo di Virgilio” continuò ad essere un mistero, visto che su 28 minuti ne avevamo portati a termine soltanto 5.

Forse era il caso di prendersi quella maledetta laurea in economia e sperare in un posto di lavoro al catasto.

Fine della prima parte

la lancia di Adele

Tempo di elezioni comunali, anche dove risiedo si andrà a ballottaggio. Del resto le preferenze elettorali tendono verso un equilibrio a due schieramenti.

Abbiamo avuto partite a “Othello Municipale” sulla parete dei faccioni: è una gara a coprire i manifesti degli altri candidati con il tuo. Chi è troppo lento soccombe.

Per la gioia degli inserzionisti, qualche attacchino distratto non ha mancato di coprire gli annunci pubblicitari con facce di gente.

napoletano, ovunque

lo slogan del mio preferito, “napoletano, ovunque” perchè sembra essere una caratteristica non trascurabile quando sei in mezzo ad altri napoletani, diventa un capolavoro quando chi di dovere ci appiccica sopra l’etichetta “Affissione Abusiva”. Insomma, ci tiene a essere il solito napoletano.

Bello anche lo slogan di quest’altro qua

Gli elettori chiedono affidabilità. E noi dobbiamo rispondere con coerenza!

perchè ammette che risponderà con una cosa in luogo di un’altra.

Conclusa questa prima parte degli “Hanger Games”, tutti i partecipanti si sono dimostrati all’altezza del ruolo: hanno ridotto gli introiti comunali (meno affissioni pubblicitarie), impedito l’attività scolastica, disturbato la viabilità. Menzione speciale ai Verdi, che hanno fatto campagna elettorale a bordo di un camper (perchè!!?) di trent’anni fa, che inquinerà dieci volte quanto la mia macchinina, la quale però va usata solo un giorno si e un giorno no, sennò Greta piange.

Ai due finalisti tocca sfilare per le strade e offrire mirabilianti promesse, così passeggiano e entrano in ogni negozio a farsi toccare per guarire la scrofola. Ne evitano però uno: l’emporio dove sto comprando scopa, paletta e un tagliere di ardesia.

L’esercente, una donna sulla cinquantina che nella vita sembra aver visto tutto, nota che il suo negozio non è stato visitato. Cerco di minimizzare ipotizzando che la mia presenza dissuada i politici. Sorride teneramente della mia ingenuità (coglionaggine, ndt.) ma decide di raccontare perchè i politici lì non entrano. Comincia un flashback: il racconto de “La lancia di Adele”.

C’è una cosa che noi comuni abitanti del comune ignoriamo: quando c’è una “festa di piazza” politica, i negozianti sono chiamati a contribuire. Con un supporto morale? Con un’offerta a piacere? Con un sorriso per il candidato tal dei tali? Niente affatto, il contributo è più “i nostri entrano qui e si prendono tutto il cazzo che gli serve”. Senza pagare e senza chiedere: ormai vanno di moda gli uomini del fare.

Al secondo giorno di festa i razziatori arrivano di nuovo e Adele, stanca di una cleptocrazia di così infimo livello, impugna l’asta composita che usa per raggiungere gli articoli in alto e proclama, nella favella dialettale che tali subumani rispettano:

“Il primo che si permette di toccare anche un solo tovagliolo senza prima pagarlo, si becca la punta del mio RaccogliRobe dritto in pancia”

Forse fu la forza simbolica di un appendiabiti con punta di ferro, o la minaccia di dover (orrore!!) pagare per ciò che si porta via, forse l’incazzatura che un po’ ha fatto tremare anche me durante la rivisitazione dell’evento, ma i municipalnatzgul se ne andarono, e da allora i politici locali fecero finta che quel negozio non esistesse.

Fu così, che potei pagare la mia spesa e tornare a casa, senza sorbirmi l’incensamento di gente che si dà importanza per aver giocato al gioco delle sedie.

Intanto, sale lo sconforto. Ci può mai essere tanta gente con talenti non pervenuti, che scodinzola al politico di turno sperando che questi gli dia “o post”, e… va in giro a razziare piattini e bicchieri di plastica. Che sia l’attuazione del programma “plastic free”?

libro, “Il cimitero di Praga”

Umberto Eco, scrittore famosissimo almeno in Italia, era comunque noto presso i più per il suo primo romanzo, Il nome della rosa. È una cosa molto comune, e alcuni autori lo trovano seccante, Eco incluso:

Io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente i migliori

Anche se concordo che non sia il suo migliore, non trovo che sia il meno riuscito. Comunque ero curioso di leggere il suo ultimo libro, perchè quando ero un giovanotto i romanzi di Eco mi piacevano tantissimo. E allora mi sono finalmente letto Il cimitero di Praga. Com’è? Bello ma non ci vivrei!

A tratti sembra un remake de Il pendolo di Foucault, solo più truffaldino e meno intellettuale, o una controparte malintenzionata di Baudolino. Compaiono varie “fissazioni” di Eco: il falso che acquista autenticità e vita propria, complotti semiaccidentali, e l’ambientazione storica.

Due cose pesano sulla narrazione. In primis il protagonista, unico personaggio completamente di fantasia, è volutamente sgradevole: misogino, razzista, infido, amorale. È un artificio artisticamente interessante, ma se non fosse per la sua inusualità sarebbe banale quanto l’idelizzazione eccessiva. L’altra, meno apparente, è l’analisi del passato in chiave contemporanea. C’è il personaggio che dà lo spiegone col senno di poi, quello che spiega tutti i retroscena, come se nel passato si agisse con lo scopo deliberato di creare il nostro presente.

Si tratta di un elemento presente un po’ in tutte le narrazioni, ed è il trucchetto che ci permette di appassionarci a una storia. Poichè la modernità è in genere un tratto positivo, e questo protagonista non ne ha, la prospettiva moderna viene offerta dal mondo che lo circonda. Interessante, ma didascalico.

Insomma si è capito che l’ho trovato interessante, ma dopo la parola “interessante” c’è sempre un “ma”, anche in questo periodo.

In particolare trovo che il parallelo, ribadito in postfazione, tra le falsificazioni che avvengono nel romanzo e le “fake news” dei giorni nostri, pecchi di decontestualizzazione. Nel romanzo è proprio così perchè un personaggio inventato ha ingegnato i “falsi” (reali) dell’epoca. Dal momento che le cose sono andate diversamente, resta un artificio buono per un’opera di fantasia, ma non per la comprensione dei fatti, sia storici che odierni.

Questo libro lo consiglio o no? Se sono piaciuti “Il pendolo di Foucault” e “Baudolino”, e si vuole qualcosa di simile ma con più (forse troppo) “pepe”, allora si. O se si vuole salutare l’Umberto Eco romanziere, che personalmente apprezzo di più rispetto a Eco intellettuale e Eco filosofo, ancora si, anzi mi sembrava quasi che fosse in qualche modo dovuto.

Se proprio Eco non piace, ma per qualche ragione qualcuno sta ancora leggendo questo articolo, lo si può sempre prendere in giro per quanto era buffo con quei baffi. D’altronde la semi-immortalità dello scrittore a cui si riferiva più volte, comporta anche questo.