libro, “La fattoria degli animali”

È stato sullo scaffale per un bel po’ prima che mi decidessi a leggerlo. Probabilmente perchè tutti abbiamo già una mezza idea di cosa ci troveremo dentro. Insomma, è la storia di un’autogestione comunitaria, e dove avrò già visto quella bandiera?

«Avanti zoccolo, alla riscossa… »

Mi aspettavo che fosse bello, e lo è: entusiasmante, commovente, spaventoso e divertente allo stesso tempo, insomma… molto bello! E istruttivo, visto che è la storia di ogni rivoluzione tradita: anche se modellato sulla dittatura di Stalin, è possibile scorgere echi della rivoluzione francese. Calza anche a situazioni ancor meno nobili, tipo gli “uno vale uno” di memoria recente.

Ispirati dai discorsi “animalisti” di un maiale vecchio e saggio, gli animali della fattoria “Manor Farm” si ribellano e scacciano il fattore. Imparano, chi più chi meno, a leggere, scrivere, coltivare e difendersi dai vicini. Soltanto i maiali, intelligentissimi, riescono a padroneggiare completamente le conoscenze umane, e un po’ per necessità un po’ per ambizione, finiranno per dirigere tutti gli altri. Gradualmente le indicazioni diventano ordini, le mansioni sottomissioni, le manipolazioni minacce e infine tornano i privilegi e la schiavitù. I protagonisti, sfruttati di nuovo come bestie, faticheranno a capire cosa è successo: pensano di lavorare per il bene proprio e collettivo anche quando il cambio di regime è evidente.

La prosa è sapiente, leggera, scorrevole. L’autore, il socialdemocratico George Orwell, aveva annusato i pericoli della deriva staliniana e adottato un registro semplice da tradurre. In forma di favola, come ai tempi di Fedro, così che tutti potessero comprendere. Del resto chi non capirebbe una storiella allegorica ai limiti del didascalico, interpretata da animali umanizzati?

sei un ingenuo, George Orwell

Dalla novella sono stati tratti diversi adattamenti, ognuno differisce leggermente dall’originale. A mio avviso, una delle più riuscite rivisitazioni del finale è questa qua

George Orwell, il cui vero nome era Eric Blair, non ha mai abbandonato gli ideali social-democratici che furono invece traditi da Stalin nella realtà, e dal maiale Napoleone nel racconto. A trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, esiste ancora la convinzione, da parte di alcuni, che il comunismo russo sia stato l’implementazione sbagliata di un’idea fondamentalmente giusta. Ammesso e non concesso che sia così, bisognerebbe chiedersi se esiste un percorso per realizzarne una versione non degenerata: qualunque cosa sia andata storta tutte le volte che si è provato a fare la rivoluzione operaia, può essere evitata facendo le cose per bene?

Credo che questo sia il punto più significativo di questo libro: non si può. Senza i maiali la fattoria non avrebbe potuto funzionare, e non c’è spazio per nessuna fan-fiction o finale alternativo in cui le cose vanno a finire bene.

La necessità del potere organizzato comporta istituzionalizzazione, e di conseguenza disuguaglianza, cozzando inevitabilmente con la presunta egalitarietà delle rivoluzioni. Il vuoto lasciato da una ribellione tende a colmarsi in fretta, e al prezzo di molte sofferenze. Una volta insediatasi, la nuova classe dominante cercherà di non lasciare più il potere, ricorrendo, se necessario, alla violenza.

Quindi meglio non invocare troppo “Baffone”, perchè poi quando arriva bisognerà tenerselo, e farselo piacere.

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